editoriale 25 novembre

25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. 

Spesso questa giornata è un’occasione per parlare di episodi di violenza fisica, ma questo tipo di violenza è solo una delle tante facce della violenza di genere. Per questo abbiamo deciso di concentrarci su altre pratiche di violenza e abuso che viviamo nella nostra quotidianità e che sono più difficili da riconoscere perché parte integrante della cultura patriarcale di cui tutta la nostra società è impregnata.

Il cazzo in chat

Di pari passo con lo sviluppo dei social, abbiamo assistito allo sviluppo di nuove forme di violenza legate alla dimensione digitale. Un esempio su tutti è quello delle foto intime non richieste. 

Il consenso è fondamentale, non solo nelle relazioni quotidiane, ma anche negli spazi digitali e il fatto che queste foto ricadano nella categoria del “non richiesto” le qualifica assolutamente come violenza. 

Ipersessualizzare una bambina 

Le lunghe e sottili gambe dell’appena adolescente Twiggy, prima modella per come la intendiamo oggi, piacevano e piacciono pur rappresentando un corpo non ancora sviluppato. O meglio: proprio grazie a questo. La sessualizzazione infantile acquisisce il prefisso iper-, l’American Psychological Association ne segnala le conseguenze (maggiore è il livello di erotismo, maggiore è il successo sociale): il menarca si presenta progressivamente e statisticamente in anticipo perché le bambine e le ragazze sono spinte a ricoprire ruoli che non le vedono psicologicamente pronte e ad avere poi rapporti sessuali. In età prepuberale, adultizzate ed erotizzate, nel mirino di una sempre più dilagante ossessione ai limiti della pedofilia, si trovano ad essere sulle copertine delle riviste, nei video musicali, alle sfilate di moda, e nella pornografia. 

Chiedermi se voglio avere figli a un colloquio di lavoro 

Troppo spesso le donne in età fertile si trovano costrette a scegliere tra famiglia e lavoro. 

Siamo bloccate tra una società che ci vuole madri e donne di casa e un mondo del lavoro fatto di precarietà, orari di lavoro lunghissimi, pochissimo tempo di vita e colleghi uomini che guadagnano più di noi. 

Anche questa è una violenza: vogliamo decidere noi se avere o non avere figli, non certo i nostri datori di lavoro. 

Sessualizzare (il mio corpo, la mia pelle, la mia cultura, la mia sessualità)

La sessualizzazione del corpo delle donne interessa anche il colore della sua pelle. Spesso dinamiche volte a sessualizzare una categoria invece che un’altra, portano all’assunzione di comportamenti che variano in base ai “gruppi” di donne con cui ci si relaziona. 

Espressioni come “preferisco quelle con un po’ di carne”, “si sa che le nere a letto hanno una marcia in più”, oltre a fare parte del linguaggio comune, sono una delle cause che portano a discriminare o a lodare alcune donne.

In una società basata sul consumismo sfrenato i corpi delle donne ricoprono il ruolo di oggetto e ciò ne causa la sessualizzazione in tutte le forme che questa può assumere. 

Pagarmi meno di un uomo

Per fare lo stesso lavoro svolto dagli uomini le donne vengono pagate meno. Stessa formazione, stesso impiego, ma uno stipendio inferiore. Perché? Perché sei donna! Il divario retributivo di genere non significa solo differenza di retribuzione a parità di lavoro (unequal pay for equal work), ma anche che, nell’attuale mercato del lavoro, i lavori più pagati sono quasi esclusivamente svolti dagli uomini, quelli meno pagati dalle donne. Dal “Global gender gap report 2020”, infatti, emerge che solo il 6.9% degli amministratori delegati delle società più importanti del mondo sono donne. Dunque il divario consiste anche in un’esclusione delle donne dai ruoli dirigenziali e, in generale, dai lavori più pagati. 

Ad allargarlo ancora di più, c’è il lavoro di cura, di cui si fanno carico per la maggior parte le donne che svolgono quindi più ore di lavoro non retribuito rispetto agli uomini.

Il nuovo rapporto del World Economic Forum stima che ci vorranno 250 anni per colmare il divario salariale tra uomini e donne in Italia. 

Farmi dubitare di me stessa 

Con il termine gaslighting si fa riferimento al processo di manipolazione di una persona con l’obiettivo di farla dubitare di se stessa. Si tratta di uno specifico tipo di abuso emozionale e psicologico, messo in atto tramite un insieme di atteggiamenti volti a mettere in dubbio la percezione della realtà e dei pensieri della vittima. Processo che la porta, spesso, anche ad isolarsi da qualsiasi altra relazione sociale. Frasi come “Sei pazza”, “Non essere così sensibile”, “Stavo solo scherzando!”, “Ti immagini le cose”, “Stai reagendo in modo esagerato” sono solo alcuni delle espressioni – che spesso affondano le loro radici in stereotipi di genere come quello della eccessiva emotività femminile – con cui il gaslighter cerca distogliere l’attenzione dalle sue azioni e di controllare la vittima portandola a dubitare delle sue percezioni. 

“Ma hai il ciclo?” Anche la mia rabbia è legittima 

Da sempre le donne che si ribellano, che si arrabbiano, che vogliono farsi valere, vengono chiamate isteriche (non una parola a caso), acide, stronze, troie. Perché una donna incazzata non si merita di essere presa sul serio, non si merita che le sue rimostranze vengano ascoltate: tanto è tutta colpa degli sbalzi ormonali del ciclo o dell’essere “sensibile”. Questo è inaccettabile. 

Questo atteggiamento è figlio di secoli in cui le donne non avevano diritti, e ascoltarle era quindi inutile, e continua a essere usato per sminuirle e per evitare di affrontare le questioni che sollevano. Si continua a narrare il genere femminile come biologicamente inaffidabile, difettoso, incapace di gestire emozioni e privo di raziocinio. Non ci arrabbiamo per rabbia (o insofferenza, sofferenza, fatica, frustrazione, disagio), ma per colpa del ciclo che ci rende isteriche e insoddisfatte o, più tardi nella vita, della menopausa che ci rende acide e insoddisfatte.

Se durante una discussione un uomo si agita, è deciso, si fa valere. Se durante una discussione una donna si agita, è nervosetta.

Non affidarmi un lavoro perché é da uomini 

Nella società attuale determinati lavori non sono quasi mai svolti dalle donne perché ritenuti prettamente maschili. Questa è un’opinione che nasce dagli stereotipi di genere e da una visione dicotomica delle categorie uomo-donna. Si basa su un’idea rigidamente precostituita e non su un’esperienza diretta o fondata che dimostri la verità di questa visione. Le donne sono vittime in misura maggiore rispetto agli uomini di pregiudizi che impediscono l’accesso indistinto al mondo del lavoro. Anche questa è una forma di violenza molto grave. Le donne devono avere il diritto di poter scegliere senza restrizioni o vincoli. 

Impedirmi di abortire

Dal 1981 l’aborto in Italia è un diritto per tutte, però, ancora oggi, 40 anni dopo, non è davvero garantita la possibilità di abortire. La presenza di percentuali sempre più alte di medici obiettori nei reparti degli ospedali, la mancanza di consultori laici e pubblici che forniscano informazioni corrette sono ostacoli all’autodeterminazione delle donne. 

In tanti paesi del mondo l’aborto è ancora illegale e le donne si trovano a dover abortire all’estero o, peggio ancora, a dover ricorrere ad aborti clandestini rischiando la vita. 

Anche questo è violenza: nessuno, se non noi, può decidere sui nostri corpi.

5 mesi di maternità contro 10 giorni di paternità 

La società in cui viviamo continua ad affidare alle donne la maggior parte del lavoro di cura, soprattutto quello connesso alla cura dei figli. 

Per una donna è molto difficile conciliare questo tipo di lavoro con la carriera, in un contesto, come quello italiano, in cui alle donne vengono garantiti fino a cinque mesi di assenza dal lavoro per maternità contro i soli 10 giorni concessi ai padri. Alcuni paesi si stanno impegnando per scardinare questo meccanismo sessista, permettendo alle famiglie di decidere autonomamente chi dei due genitori si dedicherà alla cura dei figli. 

Inoltre, le donne devono combattere contro il pregiudizio che le colpisce quando decidono di lavorare a tempo pieno anche durante l’infanzia dei figli: nessuno ha diritto di giudicare le nostre scelte. 

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