Cultura e Stato Sociale: il Diritto a un’Istruzione Contromafiosa

L’indagine sulla percezione delle mafie svolta per le strade di Milano intervistando i passanti è stata un’occasione per farsi un’idea di quali siano le concezioni diffuse che si hanno su di essa. Abbiamo sentito molti e diversi punti di vista che ci hanno permesso di elaborare una riflessione nostra su questa tematica partendo dalle domande poste. Essendo un fenomeno, non solo criminale, ma anche sociale e culturale molto complesso, l’obiettivo non è quello di pervenire a delle verità assolute e universalmente applicabili, ma di stimolare il ragionamento su alcuni aspetti che possono rivelarsi maggiormente controversi rispetto a ciò che un primo sguardo superficiale possa far pensare.


Le mafie esistono e quanto?

Non ci illudiamo, le mafie esistevano, esistono, e domani esisteranno, in Lombardia tanto quanto nel resto d’Italia, ma come dice Falcone, come ogni fatto umano possono morire. Non si può quantificare esattamente la presenza della mafia sul territorio, perché dove esiste essa è ben radicata, intrecciata indissolubilmente nel tessuto sociale, si sostituisce a un sistema debole, disattento o corrotto e ne prende i poteri, in ogni ambito; essa dà protezione dove le leggi non bastano, dà lavoro a chi non arriva a fine mese, ma tutto ciò è a scopo puramente utilitaristico, solo per l’accrescimento del proprio capitale, e soprattutto del proprio potere. La Mafia è cambiata, citando a sproposito i Modena City Ramblers: “ora si muove per conti cifrati, e la sua arma più forte è comprarti”; intendiamoci: è cambiata sì, ma senza abbandonare le modalità abituali (pizzo, estorsione, spaccio, controllo della prostituzione). Ora però bisogna prestare più attenzione, si vestono bene, fanno parte delle giunte, sembrano puliti, sarebbe facile confonderli con dei semplici avidi capitalisti, ma hanno dietro un’organizzazione che purtroppo sembra ancora granitica, che va fatta crollare pezzo per pezzo.


Come definiresti la mafia?
Le mafie sono un fenomeno sociale complesso non sempre riconoscibile che ritroviamo in tutte le regioni d’Italia, non solo al Sud, con azioni e atteggiamenti che vanno ben oltre la violenza a cui siamo stati abituati nella sua narrazione generale. Esse hanno istituito un sistema che gestisce interi flussi di capitale e di traffici, che specula sui territori non curandosi di salute, persone e ambiente, che adotta diverse forme di sfruttamento, agevolato dall’assenza di diritti sul lavoro e allo studio e di tutele per molti soggetti in difficoltà che vivono sotto il ricatto della povertà. In Lombardia, spesso, detiene una connotazione istituzionale e politica: quelle che potremmo definire come mafie in giacca e cravatta.

Ma oggi come oggi lo stato cosa dovrebbe fare per combattere le mafie?
Negli ultimi anni la narrazione politica di molti partiti sta trascurando, per fini elettorali o di mero guadagno, il problema delle infiltrazioni mafiose nell’economia italiana. I provvedimenti che troviamo, sono tutti giustamente repressivi verso queste attività, però colpiscono spesso solo delle “pedine”; i ceti subalterni e non il sistema in sé. Molti sono adolescenti che si ritrovano a lavorare affiliati alle mafie a causa della poca disponibilità economica della propria famiglia e alcune volte, anche nei casi in cui ci sia la volontà di allontanarsi dalla vita mafiosa tramite lo studio, l’altissimo tasso di abbandono scolastico italiano ( la media nazionale del 2018 è del 14.5%) , che si intensifica nelle zone di provincia e nelle periferie di grandi città, gioca un ruolo determinante per la ricaduta nella malavita. Una volta che questi ragazzi vengono arrestati, a causa di un sistema carcerario che viene meno al suo scopo primario: ri-socializzare l’individuo, molto spesso sono impossibilitati a trovare un lavoro e sono quindi costretti a rivolgersi nuovamente alle mafie. Crediamo quindi che la soluzione al problema delle mafie debba obbligatoriamente passare da un deciso investimento nell’istruzione e nei luoghi della formazione per permettere a tutte e tutti di trovare un’alternativa a una vita fatta di illegalità. Si deve fornire inoltre una cultura con una narrazione opposta a quella mafiosa che sappia creare una capacità critica e una consapevolezza utile al non perpetuarsi delle azioni mafiose.


In quali ambienti agiscono le mafie?
Le mafie sono presenti in qualsiasi ambiente in cui ci sia un profitto. Vari studi dimostrano che il profitto delle mafie in Italia è di circa 110 miliardi di euro l’anno, un dato spaventoso tanto che si è costretti a inserire questo prodotto all’interno del PIL. Le diverse famiglie mafiose hanno ramificazioni in ambiti diversi. Per esempio, la sacra corona unita ripone la maggior parte dei suoi introiti nel traffico di stupefacenti, nella prostituzione e nelle estorsioni, mentre la camorra come la ‘ndrangheta guadagna in settori come lo spaccio di droga e le infiltrazioni all’interno degli appalti pubblici. La Lombardia è la quinta regione per infiltrazioni nell’edilizia e nello smaltimento dei rifiuti. Circa le infiltrazioni nell’edilizia nel 2017 sono state registrate 257 infrazioni e oltre 355 denunce ma senza nessun arresto, invece per lo smaltimento dei rifiuti, sempre nel 2017, ci sono state 400 infrazioni accertate con 29 arresti e 268 sequestri. 

Le mafie hanno un’utilità sociale?
Essendo la mafia un fenomeno estremamente complesso che agisce in ambiti diversi e con modalità variabili anche in base al territorio, dare un giudizio sull’utilità sociale complessiva risulta non così immediato come si potrebbe pensare. La mafia non è “IL Male” in senso assoluto e una concezione di questo tipo sarebbe estremamente superficiale e riduttiva. Come organizzazione criminale l’essere di stampo mafioso implica un rapporto con il territorio che non è solo di sfruttamento o di controllo; il ruolo delle famiglie mafiose è in alcuni casi paragonabile a quello dello stato per amministrazione, protezione e monopolio dell’utilizzo della violenza. È presente un’ampia componente politica, per l’aspetto di costruzione del consenso e della manipolazione culturale, specialmente laddove la mafia è storicamente maggiormente radicata. Da questo deriva il fatto che in molti casi la realtà è molto più complessa: colpevolizzare i singoli individui che, vittime di emarginazione sociale, si ritrovano costretti ad affidarsi alla mafia per una possibilità di una vita economicamente decorosa, risulta semplice per identificare nella propria testa un nemico (o per fare campagna elettorale), ma non per agire alla radice del problema. In casi del genere, la mafia, sembra avere un’utilità “sociale”, infatti, nel momento in cui lo stato sociale si assenta o non riesce a tutelare i suoi cittadini in modo efficace questi si rivolgono a chiunque sembri promettergli un miglioramento delle loro condizioni. Possiamo affermare, quindi, che la mafia persegue un ruolo sociale il quale però non è realmente spinto dall’interesse della comunità ma solo dall’interesse di pochi che lucrano a lungo termine sull’apparente aiuto fornito a breve termine ai ceti più svantaggiati.
La mafia nel complesso persegue i propri interessi a discapito degli oppositori tramite mezzi illeciti e spesso violenti. Anche la reale tutela dei diritti formalmente garantiti dallo stato rischia di essere messa in secondo piano, per le persone che entrano in contatto con la mafia, da rapporti personali di clientelismo o di coercizione fra i mafiosi e i supposti difensori di questi diritti. Inoltre, il fatto che le decisioni di figure di potere politico siano determinate non dall’interesse verso il bene della comunità ma da interessi privati porta inevitabilmente a una mala amministrazione.
La mafia sicuramente rappresenta un’utile risorsa per chi vi entra in contatto per vantaggi di tipo economico e politico; difficilmente però questa utilità può essere definita “sociale” in quanto è strettamente legata al perseguimento di interessi squisitamente privati a discapito del resto delle persone e della società. 

Interrogando i passanti e riflettendo tra di noi ciò che è saltato all’occhio è stato quanto poco la riflessione sia incentrata non sul reale fenomeno mafioso bensì su un’idea astratta che nella sua demonizzazione impedisce un approccio lucido alla questione. La repressione da parte della polizia, seppur fondamentale, non è risolutiva del problema che è molto più strutturale. Come detto prima, l’assenza di stato sociale e di educazione favoriscono l’insediamento mafioso ed è da qui che bisognerebbe ripartire.

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