A 50 anni dalla strage di piazza Fontana, Milano non dimentica

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Con queste parole inizia l’accusa che Pier Paolo Pasolini lanciò dalle pagine del Corriere della Sera il 14 novembre 1974. È una riflessione incalzante che incolla allo schermo: una riflessione che va al cuore del problema, ovvero il potere e la sua capacità di trasfigurarsi continuamente per mantenersi, intatto, nelle mani di pochi.

Autunno 1969, l’autunno caldo: enormi manifestazioni operaie attraversavano il Paese. La classe lavoratrice lottava per l’aumento dei salari, per migliori condizioni di lavoro, per la riduzione del ritmo di produzione che esauriva (e ancora esaurisce!) un uomo nel corso di non molti anni, per una riorganizzazione democratica della gerarchia di fabbrica. Una rivendicazione operaia che può dirci ancora molto oggi è la lotta per le cosiddette “150 ore”: i lavoratori chiedevano il riconoscimento di 150 ore lavorative retribuite ogni tre anni, ad uso scolastico e culturale. In due anni, 100.000 lavoratori metalmeccanici tornarono sui banchi per recuperare il diploma della scuola dell’obbligo. Si lottava per la democrazia, una democrazia sostanziale, dove la libertà non fosse la ricerca del profitto, bensì la libertà di condurre una vita piena e consapevole, intrecciata in una comunità politica di uguali, dove lo sviluppo culturale del cittadino fosse centrale quanto lo sviluppo economico. «Siamo realisti, chiediamo l’impossibile», apparve sui muri di Parigi nella primavera del 1968.

Per comprendere il collegamento drammatico fra le lotte di lavoratori e studenti e i 7 kili di tritolo che il pomeriggio del 12 dicembre 1969 esplosero nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, dobbiamo fare un passo indietro.

3-5 maggio 1965, convegno al Grand Hotel Parco dei Principi di Roma. L’Istituto di Studi Militari Alberto Pollio organizzò l’iniziativa, incentrata sul tema della “guerra rivoluzionaria” che le sinistre avrebbero potuto innescare anche in Italia: i presenti al convegno (militari, uomini dei servizi segreti italiani e stranieri, e militanti di estrema destra) progettavano con cura sistemi politico-militari per reagire a possibili atti rivoluzionari. “Atti rivoluzionari” erano per loro manifestazioni, richieste di maggiore partecipazione politica dei lavoratori e democratizzazione della società: una nobile rivoluzione che “i patrioti” avrebbero voluto soffocare nel sangue, nelle persecuzioni e, poi, nelle bombe. Questo convegno non fu affatto un episodio isolato, bensì si inserì lungo la linea di un’azione che, avendo al suo centro la NATO, coinvolgeva il complesso mondo dell’anticomunismo militante, collegando il tutto ai comandi militari dei singoli paesi dell’Alleanza Atlantica.

12 dicembre 1969 – 12 dicembre 2019: 50 anni fa scoppiava la bomba di Piazza Fontana, che uccise 18 persone (Pino Pinelli, ferroviere anarchico, fu ucciso 3 giorni dopo la bomba, nei locali della Questura di Milano) e ne ferì 88, che tentò di soffocare le proteste di studenti e lavoratori in una tensione generalizzata, che dimostrò il mancato rinnovamento democratico dopo gli orrori del fascismo. A 50 anni dalla bomba, che aprì la strada agli attentati di Piazza della Loggia, del treno Italicus, della stazione di Bologna, del treno rapido 904, a 50 anni dalla bomba che scoppiò in Piazza Fontana, a 100 metri dall’Università Statale, gli studenti non dimenticano i responsabili: le mani fasciste che piazzarono quelle bombe, le mani che una giustizia depistata ha provato a nascondere per troppi anni, sono macchiate dello stesso sangue che imbratta uno Stato che non ha mai fatto i conti con le sue responsabilità. Quel sangue è sangue di studenti, lavoratori, cittadini e cittadine per cui noi non smetteremo mai di lottare, con la forza della nostra conoscenza, con il desiderio di andare sempre più a fondo, sempre più lontano.

Gli studenti e le studentesse milanesi hanno messo in campo importanti iniziative in occasione di questo anniversario: lavoriamo nelle scuole, nelle università e nei luoghi della formazione per offrire a tutti e tutte una base per comprendere i complessi fatti della strategia della tensione, la stagione delle bombe. Pensiamo che quando la verità storica emerge con tale forza, nonostante la giustizia, debba essere discussa nelle scuole e non oscurata: vogliamo essere cittadini consapevoli e informati, capaci di comprendere le dinamiche del potere, che oggi come allora minacciano la nostra partecipazione politica.

Proprio perché pretendiamo che la verità non sia più nascosta e mistificata, il 12 dicembre attraverseremo le strade della città: saremo assieme ai tanti che in questi 50 anni non si sono arresti e manifesteremo come studentesse e studenti.

Con la memoria di ciò che è stato cambieremo ciò che sarà.

SPEZZONE STUDENTESCO ALLA MANIFESTAZIONE PER PIAZZA FONTANA, giovedì 12/12, ore 18.30, Piazza Cavour.

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